Buccino

Museo archeologico di Buccino

Distante circa 25Km dalla nostra struttura termale, il museo archeologico  nazionale di Volcei ospitato all’interno del convento degli Eremitani di Sant’Agostino, risalente al XIII secolo e successivamente ampliato nella forma attuale dall’architetto Natale da Ragusa nel 1474. L’esposizione raccoglie circa 5000 reperti e si snoda su di una superficie di 1.600mq disposta su quattro livelli suddivisi in diverse sezioni:

  • Dalla pietra al bronzo: frammenti di vita dalla preistoria
  • Nascita di un’identità  (VIII / VII sec. a.C.);
  • Principi e guerrieri (VI / V sec. a.C.);
  • Una Famiglia Aristocratica” (IV sec. a.C.);
  • Storia della città  (IV / I sec. a.C.);
  • La città  di marmo I sec. a.C. / I sec. d.C.);

I materiali esposti più importanti sono:

  • La tomba degli ori (tomba 270 III sec. a.C.);
  • Mosaico a tessere (risalente al IV sec. a.C.);
  • Cratere raffigurante la parodia del “Ratto di Cassandra” firmato dal ceramografo pestano Assteas;

Il Museo è aperto dal martedì alla domenica con il seguente orario: mattina 9:00-13:00 pomeriggio 15:00-19:00;

Abbazia del Goleto (AV)

Dal nostro centro termale è possibile raggiungere le rovine dell’antica Abbazia del Goleto risalenti al medioevo, intorno al 1133 d.C. Il sito dista circa 30Km dalle Terme del Tufaro ed è sicuramente una escursione dal carattere distintivo per interesse storico/culturale.

Il complesso della cittadella monastica del Santissimo Salvatore al Goleto sorse a partire dal 1133 ad opera di Guglielmo da Vercelli, che aveva ricevuto il suolo per la nuova badia da Ruggero, signore normanno della vicina Monticchio, località oggi disabitata, situata tra S. Angelo dei Lombardi e Rocca San Felice.

Per volontà del fondatore, il vasto fabbricato primitivo era destinato ad ospitare una comunità mista di monache e monaci, dove l’autorità suprema era rappresentata dalla Badessa, mentre ai monaci era affidato il servizio liturgico e la cura della parte amministrativa.

Questo complesso, che ruotava attorno alla chiesa del Santissimo Salvatore, posta al centro e con la facciata volta ad occidente, comprendeva il monastero grande delle monache, a fianco dell’abside, e quello piùpiccolo dei monaci, davanti alla facciata.

Con ogni probabilità già alla morte del santo fondatore, avvenuta nella notte tra il 24 e il 25 giugno del 1142, fu iniziato un primo rifacimento della chiesa che ne avrebbe ospitato le spoglie.
Sotto la guida di celebri abbadesse – Febronia, Marina I e II, Agnese e Scolastica – la comunità crebbe e diventà famosa per la santità delle monache e il monastero si arricchì di terreni e di opere d’arte.
Alla loro opera si devono alcuni dei monumenti più significativi del complesso monastico: la torre Febronia, vero capolavoro di arte romanica costruita con numerosi blocchi lapidei provenienti da un mausoleo romano dedicato a Marco Paccio Marcello, prende il nome dalla Badessa che nel 1152 ne dispose la costruzione per la difesa del monastero, e la Cappella di San Luca, edificata nel 1255 per accogliere un’insigne reliquia del santo evangelista. E’ il gioiello dell’abbazia. Si raggiunge da una scala esterna il cui parapetto termina con un corrimano a forma di serpente con un pomo in bocca.

Il portale di accesso è sormontato da un arco a sesto acuto e da un piccolo rosone a sei luci. Sul fronte dell’arco un’iscrizione ricorda che la chiesa fu fatta costruire da Marina II.
L’interno è costituito da un ambiente a pianta quadrata a due navate, coperte da crociere ogivali, che poggiano su due colonne centrali e su dieci mezze colonne immerse nei muri perimetrali. Le basi ottagonali delle colonne e i capitelli decorati di foglie ricurve, su due ordini asimmetrici, presentano analogie con le opere scultoree commissionate da Federico II a Castel del Monte, in Puglia.
All’esterno completano la struttura due piccole absidi sorrette da mensole e, lungo il cornicione del sottotetto, barbacani con teste di animali e motivi ornamentali.

Dei numerosi affreschi che arricchivano la cappella non restano che due medaglioni, raffiguranti le abbadesse Scolastica e Marina, e qualche episodio della vita di San Guglielmo.
Per circa due secoli la comunità monastica esercitò una forte influenza in special modo sull’Irpinia, la Puglia e la Basilicata, grazie anche alla predilezione e protezione che la nobiltà normanno-sveva ebbe sempre su di essa. A partire, però, dal 1348, anno della peste nera, iniziò una lenta ed inesorabile decadenza che determinò il 24 gennaio 1506, la soppressione, ad opera del Papa Giulio II, della comunità monastica che, di fatto, avvenne con la morte dell’ultima abbadessa nel 1515.
Con la fine della comunità  femminile goletana, il monastero fu unito a quello di Montevergine, che provvide ad assicurare la presenza di alcuni monaci.

Iniziò così una lenta ripresa che culminò, verso la metà  del XVIII secolo, a seguito degli ingenti danni subiti dal complesso a causa del terremoto del 29 novembre 1732, con il restauro completo del monastero e la costruzione della chiesa grande, opera di Domenico Antonio Vaccaro.
Nel 1807 il sovrano di Napoli, Giuseppe Bonaparte, soppresse l’Abbazia. Il corpo di San Guglielmo fu traslato a Montevergine e le suppellettili del Goleto furono divise tra i paesi vicini.
Dal 1807 al 1973 il monastero restò abbandonato e gli appelli di alcuni per il recupero del venerato monumento risultarono vani. Così chiunque potè trafugare portali e pietre, i tetti e le mura crollarono, i rovi diventarono padroni incontrastati insieme ad animali di ogni tipo. Solo il casale dei contadini continuà la sua vita secolare. Nel 1973 si stabilà tra i ruderi dell’abbazia P. Lucio Maria De Marino (1912-1992), un monaco benedettino proveniente da Montevergine, che riportò con tenacia l’attenzione sull’esigenza del recupero materiale e spirituale del Goleto. Con lui ebbero inizio i primi lavori di restauro che pian piano permisero il recupero funzionale del complesso monastico, restituendolo a nuova vita e allo splendore che oggi tutti possono ammirare.

Dal 1990 sono i Piccoli Fratelli della Comunità Jesus Caritas, ispirata a Charles De Foucauld, che si prendono cura dell’animazione spirituale del complesso goletano, che diventa sempre più punto di riferimento per tutti coloro che sono assetati di assoluto.

Villa d’Ayala – Valva

Il Parco della Villa, è distante dal nostro centro termale circa 10km, la villa, molto caratteristica e ricca di tratti storici e culturalià  ha un accesso in prossimità  del centro del paese, si sviluppa per una misura compresa tra i 17 e i 18 ettari ed è interamente circondata da mura. Il suo disegno attuale è riconducibile ad una realizzazione del XVIII secolo e di questa epoca presenta alcune caratteristiche tipiche. Il Parco si configura come un bosco ceduo misto, con una prevalenza di lecci, castagni ed aceri, di grande estensione e, come caratteristico dell’epoca, appunto, come bosco produttivo: esso è solcato da viali pressochè rettilinei ma che disegnano una scacchiera irregolare, dei quali alcuni ripercorrono i tracciati originali altri sono di epoca più recente. Il parco a funzione produttiva è poi caratterizzato da alcuni episodi verdi, laddove più forte emerge la traccia dell’intervento dell’uomo, che sono fondamentalmente i due giardini all’italiana, quello in prossimità dell’ingresso e quello di pertinenza del Castello, ed il Teatrino di Verzura.

Tutto il parco risulta disseminato di arredi quali fontane, statue, piccole architetture; di estremo interesse è il sistema di caverne e canali, probabilmente risalente ad epoca romana e con funzioni di incanalatura delle acque, che attraversa il parco nella sua estensione.

Per quanto attiene in particolare agli aspetti botanici, bisogna distinguere il grande parco da quelli che sono stati definiti episodi a carattere eccezionale. Il Parco, che occupa quasi la intera estensione della proprietà, può essere distinto, a sua volta, in zone a seconda della essenza prevalente. A questa caratterizzazione delle diverse zone del Parco si sovrappongono viali alberati, di volta in volta, con prevalenza di Platani, Aceri montani, Laurocerasi: sono inoltre osservabili esemplari isolati di essenze, inserite probabilmente nell’Ottocento e con finalità ornamentali, quali cedri,magnolie ed altri.

Per quanto riguarda gli episodi eccezionali essi sono “come si accennava” fondamentalmente tre: i due giardini all’italiana ed il teatro di verzura. Il primo Giardino all’Italiana, di ridotte dimensioni, si trova a pochi passi dall’ingresso del Parco, nella zona a valle; il secondo Giardino all’italiana è quello tipicamente disegnato come una unitàformale con la Villa, prospiciente il bel prospetto con il porticato a tre arcate; il terzo episodio è costituito dal Teatrino di Verzura, probabilmente di realizzazione Ottocentesca, realizzato con siepi di bosso ed arricchito da busti di figure umane.

Il castello, ha uno sviluppo planimetrico di circa 600 metri quadrati ed abbraccia la torre ed il contiguo cortile interno per una altezza massima di circa 20 metri per un totale di tre piani e un sottotetto. Il perimetro superiore del secondo piano e del sottotetto sono provvisti di merli e agli angoli sorgevano cinque torrette, crollate e demolite a seguito dei danni causati dal sisma del 1980. La Torre, denominata da alcune fonti Torre Normanna, è addossata al lato nord del Palazzo e rappresenta la preesistenza più antica del complesso.

Caposele

Tappa prettamente naturalistica, alla foce del fiume Sele, il fiume più importante della Campania, distante solo 20Km dal nostro Centro Termale.

Le sorgenti del Sele che alimentano l’Acquedotto pugliese e per la località religiosa Materdomini che, con il Santuario di San Gerardo Maiella, ogni anno è meta di più di un milione di pellegrini.

Il suolo collinare del paese è principalmente occupato da terreni agricoli e querceti. Sui rilievi montuosi vi sono boschi rigogliosi, dove crescono alberi ad alto fusto come castagni, aceri di monte e faggi. Salendo di quota, il paesaggio cambia gradualmente, facendo posto a boschi di conifere e pascoli. La fauna del bosco è quella tipica dei Picentini, fra i cui rappresentanti spicca il lupo appenninico, più volte avvistato nel territorio caposelese. E’ rilevante la presenza del cinghiale, spesso responsabile di significativi danni alle coltivazioni. Si annoverano anche la volpe, il tasso, la faina, il gatto selvatico, la beccaccia, la poiana.

Lungo il corso del fiume, sensibilmente modificato dalla presenza dell’acquedotto, cresce una rigogliosa vegetazione dominata da pioppi, salici e sambuco. Sono ben rappresentati macroinvertebrati tipici dei corsi d’acqua montani, quali larve di Efemenotteri, Plecotteri e Tricotteri, indicatori di una buona qualità  dell’ecosistema. La temperatura dell’acqua durante l’anno oscilla fra gli 8 e i 10°C . Tale caratteristica fa sì che questa parte del Sele costituisca una zona vera per la trota, praticamente l’unico membro dell’ittiofauna locale. Sono presenti popolazioni non strutturate di trota fario e trota iridea, entrambe specie di immissione. La trota iridea viene impiegata in acquacoltura ed è stata utilizzata in programmi di ripopolamento su iniziativa del Comune. Delle specie autoctone non resta pressochè nulla. La popolazione di pesci ha subito un drastico calo in seguito a ripetuti episodi di inquinamento idrico avvenuti nel 2013.

Coccolarsi un pò, inebriarsi di arte e colore, immergersi in acque limpide dai riflessi verde-azzurro Terme del Tufaro è tutto questo!!!

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